Quando, agli inizi degli anni Ottanta, ha conseguito il PhD in Bioingegneria, i dottori di ricerca in Italia si contavano sulle dita una mano. Dal traguardo di cui va più fiera, al momento più memorabile della sua carriera: ecco l’intervista a cuore aperto a Maria Laura Costantino, Presidente di MEDTEC School, il corso di laurea in Medicina e Ingegneria biomedica ideato da Humanitas University in partnership con il Politecnico di Milano.

Qual è la carta vincente di un laureato alla MEDTEC School?

L’interdisciplinarietà, ovvero la capacità di saper integrare le conoscenze mediche con quelle ingegneristiche e tecnologiche. Tra queste ultime, ad esempio, ci sono le conoscenze relative alle macchine e al loro utilizzo consapevole, nonché al trattamento di dati e di immagini per migliorare sempre di più l’interazione e la cura del paziente. Questi elementi stanno sempre più permeando la Medicina.

Qual è il traguardo di cui va più fiera?

Probabilmente l’aver conseguito il dottorato di ricerca che, allora, era al primo ciclo di istituzione in Italia. Siamo stati dei pionieri, noi primi dottori di ricerca italiani. È stato qualcosa di estremamente stimolante e interessante.

Qual è stato ad oggi il momento più memorabile della sua carriera?

Forse sono due: tutti gli studi con applicazione clinica svolti come ingegnere biomedico e la realizzazione di un sogno, ovvero MEDTEC School.

Spesso si dice che l’Italia non sia in grado di trattenere i propri talenti, soprattutto in ambito scientifico. Lei, però, è rimasta. Come mai?

La scelta di rimanere in Italia è legata al fatto che, una volta, se si andava all’estero, non si aveva molta prospettiva di rientro. Questo perché mancava la costruzione di un progetto comune con altre persone all’interno delle università. Poi, perché l’Italia, in quel momento, ossia agli inizi degli anni Ottanta, proponeva delle nuove forme di arruolamento, come, ad esempio, il dottorato di ricerca. C’era la possibilità, quindi, di svolgere ricerca seria applicata. È stata una scelta consapevole, di cui non mi pento.

Se oggi si trovasse di fronte lei a 20 anni, che consiglio si darebbe?

Credo che mi consiglierei di rifare sostanzialmente tutto quello che ho fatto. Sicuramente rifarei il mio lavoro: mi occuperei dello stesso tipo di dispositivi perché la mia passione per la progettazione di organi artificiali interni e di sistemi di assistenza alle funzioni d’organo interne è grandissima, ancora adesso. Pertanto il consiglio più grande che mi darei è: «tieni duro, stringi i denti e ce la farai».