Classe 1994, il suo è un CV eclettico e internazionale. Ha infatti alle spalle una laurea triennale in Biotecnologie Farmaceutiche, ben tre Master of Science (Business Administration, Health Management and Communication, Biostatistica), una borsa di studio per fare ricerca sui temi di Geriatria ed Epidemiologia sociale, ed esperienze di studio e lavoro in Svizzera, Germania, Israele e Stati Uniti. Ecco la nostra intervista a Carlotta Micaela Jarach, attualmente ricercatrice in Epidemiologia all’Istituto Mario Negri di Milano e co-fondatrice di Mada Advances, un canale di divulgazione scientifica tutto al femminile.

Ti puoi presentare brevemente?

Mi chiamo Carlotta Micaela Jarach, sono una biostatistica e attualmente ricercatrice in Epidemiologia al Laboratorio di Epidemiologia degli Stili di Vita dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. A lato della mia attività di ricerca, mi occupo anche di divulgazione scientifica.

Cos’è l’Epidemiologia?

È quella scienza che studia come si distribuisce una malattia o un qualsiasi evento rilevante dal punto di vista sanitario. Inoltre, si occupa di identificare i fattori di rischio di una malattia, così come tutto ciò che ne ostacola lo sviluppo. Studiando Biotecnologie, mi sono resa conto che l’attività pratica dietro al bancone non mi entusiasmava tanto quanto l’enigma stesso della Biologia. L’Epidemiologia cerca di capire il perché di determinati fenomeni, di risolvere dei rompicapi a livello di popolazione, e quindi di individuare il motivo per cui certe persone hanno maggiori probabilità di ammalarsi o morire.

Di cosa ti stai occupando al momento?

Adesso la mia ricerca si concentra su un disturbo che affligge una considerevole percentuale della popolazione che si chiama acufene. È un fastidioso ronzio, percepito nelle orecchie o in testa, che inficia la qualità della vita di chi ne soffre. Essendo un disturbo complesso, ad oggi non esiste una terapia in grado di curare tutti i pazienti e di trattare tutti i tipi di acufene. L’obiettivo del mio dottorato, quindi, è contribuire alla comprensione dei fattori di rischio di questo sintomo.

Dopo diverse esperienze all’estero, hai scelto di fare ricerca in Italia. Come mai?

Ho preso molte decisioni della mia vita accademica, se non tutte, sulla base delle opportunità che mi si palesavano in quel momento. Nonostante sia sempre stata una che alla domanda «Che cosa farai fra 5 anni? Dove ti vedi fra 5 anni?» aveva sempre la risposta pronta, possono succedere talmente tante cose in 5 anni che è giusto avere un piano, ma è anche giusto cambiarlo. Quindi, quando ho preso la decisione di fare ricerca a Milano, è perché in quel momento era l’opportunità migliore in termini di gruppo di ricerca, carriera futura, interessi personali e tanto altro.

Quali sono le sfide che affronti quotidianamente come ricercatrice?

La quotidianità è una sfida: dall’esperimento che non viene o, peggio ancora, da quello che produce risultati completamente opposti rispetto a quelli che si speravano, al rifiuto - da parte dei revisori di un journal scientifico - di un articolo a cui avevi lavorato da mesi, e all’ansia di trovare i fondi. Un buon gruppo solido, che ti supporta, è quello che ti permette di superare gli ostacoli che ti trovi ad affrontare ogni giorno per la natura stessa della ricerca.